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Anche per un’intera nottata, mia nonna labbreggiava preghiere di cui non conosceva il significato, ma che mi riaccompagnavano nel sonno ad ogni piccolo risveglio. Rannicchiata contro il suo corpo già secco, trovavo pace e riprendevo i miei sogni da dove li avevo lasciati, interrotti da quell’essere antico, che continuamente mormorava al Signore, in una lingua incomprensibile anche dal prete. Mi spiegarono, anni dopo, che il Signore era poliglotta. Quando poi mi accostai al latino, trovai modo di ricongiungere gli spezzoni di quelle litanie che, mano a mano, perdevano il gusto arcano della parola magica e misterica. Ma al rapporto diretto e imperscrutabile di mia nonna col suo Dio non bisognava frapporre ostacoli e mi guardai bene dal tradurre a mia nonna quel che mia nonna diceva. Dentro quel grato rumore, che ancora mi commuove, veniva il mattino. Nonna era sopravvissuta alla notte e come ogni giorno scoperchiava il letto, scrollava le lenzuola di canapa alla finestra ed affidava all’aria pungente delle 6 le sue paure. Liberata dall’obbligo di dormire, ridiventava la gallina da combattimento che tutti conoscevano, e il Signore Iddio Benedetto che tutti vi maledica, quante volte devo ripetere che la lepre deve frollare non meno di tre giorni, ma non di più, perché nostro Signore per tre giorni è rimasto morto e io vi prendo a randellate, se non fate spurgare le lumache come vi ho insegnato e questo vino non è quello che ti avevo detto di andare a prendere, che quello buono è dietro la botte grande! Noi ragazzi scappavamo nel fienile al primo grido di guerra e tutto andava fatto senza essere visti, ma eravamo solo in due e nessuno ci badava, durante le regali furie, concluse le quali poteva anche scapparci qualche confettino argentato per noi, benedetti bambini, che non ne avete colpa, che se le colpe dei padri ricadessero sui figli, sareste già morti. A volte, poi, la nonna compariva con un coniglio tra le braccia, lo accarezzava, lo coccolava, ce lo mostrava per quant’era bello, quindi lo prendeva per le orecchie e gli dava un’unica botta, col taglio della mano, lì, tra capo e collo. Morivano di colpo, senza soffrire e lei alzava al cielo lo sguardo da assassina, tracciava un segno di croce sulla bestia uccisa e l’appendeva al palo della spellatura. Per anni ho indossato pellicce di lapin, sempre nuove e morbidissime. E per anni il famiglione, gli amici, i parenti, i conoscenti e gli appena noti, come gli estranei, si sono leccati le dita dopo aver mangiato la cacciatora di nonna. Mai mi regalò un giocattolo: golfetti sì, pellicce sì e caramelle di pomo, che schifo, ma mai mi venne una bambola, che ne hai anche troppe e il carbone serve ai poveri per star caldi e non bisogna prenderli in giro e se sei stata cattiva, ti verranno i capelli ricci, ma così ricci, che non ti potrai mai più pettinare per tutta la vita. Cogli occhietti grigi da coniglia e un numero enorme di anni sulle spalle, la mia befana era lei, che rinvigoriva i pulcini col pane intriso di vino rosso e li ammazzava da polli, nonna guarda che bel ventaglio di piume, brava bambina, che sai cosa fare con quello che trovi. Me lo aveva insegnato lei e molto di quel che so fare mi insegnò, che mi basta e mi dà il senso della vita quotidiana. Che tutte voi possiate incontrare una befana così e pettinarvi i capelli senza dolore. |